Diario di Bordo · pagina 1

C’era una volta il festival

Domenica 2 agosto 2026 · Aspettando il DFFF
di Rachel Massari

C’era una volta, fra le montagne iblee… un castello.

Nei castelli, si sa, nascono favole e racconti e questo aveva persino il nome leggendario: Donnafugata, poiché, dicono, essere stato il rifugio della regina Bianca di Navarra che nel 1409 ereditò il Regno di Sicilia attirando le attenzioni di molti pretendenti. Fra questi, Bernardo di Cabrera, Conte di Modica, desiderando ardentemente il trono, per convincerla a sposarlo la rinchiuse in una torre. Bianca riuscì a fuggire, e di porta in porta, arrivò fino al castello ibleo. Per gli storici è improbabile, il toponimo è la locuzione araba “Ayn As Jafaiat”, fonte della salute. Eppure, questa leggenda avvolge ancora oggi il castello di un alone di fascino e mistero.

Quando il tempo delle favole, dei principi e delle dame finì, anche il castello dovette arrendersi al progresso, ma la sua essenza, rimasta immutata, continua ancora oggi a raccontare storie, seppur in forma diversa, per i curiosi di passaggio. Perché l’uomo questo fa da millenni: racconta storie. Il linguaggio cambia, la tecnica si evolve, un set di Cinecittà diventa la Gerusalemme di Ben Hur, ma il bisogno è sempre lo stesso.

Da diciotto anni, nella settimana che precede San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti, in occasione del Donnafugata Film Festival ecco che altre stelle, quelle del cinema, abitano Donnafugata e si sostituiscono a conti e cavalieri. Squarciano la tela, scendono dal cielo nel cortile interno e, sotto forma di ombre proiettate, si travestono per raccontarci nuove storie e ricollocare il posto nella leggenda.

In questa prima notte, il castello mi appare così: un regno di ombre, a tratti oscure, a tratti luminose, un luogo che ha memoria e conserva il ricordo di chi lo ha abitato.

Ritornare poi al Festival, è come far visita ai nonni: conosci a memoria la disposizione della loro casa, ma c’è sempre una foto, un biglietto, un segreto dentro ad una confezione di biscotti di cui prima non eri a conoscenza. Vale anche per la coppia di turisti braccati all’uscita del portone. Quando li invito a parlare, sorridendo mi dicono: «c’è aria di famiglia». Poi mi salutano promettendo che torneranno mercoledì per vedere Il Sorpasso, a cui sono affezionati. Le facce note degli attori proiettate sulle mura di pietra invitano lo spettatore a cena. Come ad una tavola imbandita, c’è un programma ricco di prelibatezze. Si può scegliere la portata principale, il film che non si è mai potuti assaporare, o quello che, fra tanti nomi, è sempre piacevole vedere e rivedere. Seduti fra l’amico e lo spettatore sconosciuto, si parla la stessa lingua, si assiste al medesimo rito, si piange, si ride, si partecipa ad un banchetto condiviso e si fa insieme il cinema.

Ogni anno la programmazione del Festival prende una costellazione ed i suoi significati come filo conduttore. Il tema scelto a collana di questa edizione è il segno del Cancro, considerata la madre dello zodiaco, la cui mitologia ci porta alle dodici fatiche di Ercole. Mentre il possente eroe greco lottava contro l’Idra, il serpente dalle molte teste, un granchio emerse dal mare in aiuto del mostro. Pizzicò Ercole ad un tallone ma finì tragicamente calpestato. Ma la dea Era, protettrice della casa e della famiglia, rivale di Ercole, commossa dal gesto dell’animale lo pose in cielo, rendendolo una costellazione. Per la devozione verso la dea e per il gesto di soccorso, il Cancro assume il titolo di madre dello zodiaco, che protegge, fa scudo e rimprovera.

Ecco che il castello, casa estiva del Festival, ospita anche noi spettatori: la caduta di un giovane tassista, le tragicomiche sfortune di un ragioniere lombardo, l’orrendo e viscerale legame ombelicale di un figlio e sua madre, il dolore di un divorzio, quando la famiglia si rompe, diventano la nostra favola della buonanotte.

Invece del C’era una volta…, il Festival si apre con il direttore artistico Andrea Traina che saluta il pubblico con una domanda: «Dove eravamo rimasti?».

«Ad una festa condivisa» dice una signora dall’accento nordico nella clip riassuntiva della precedente edizione. Adulti, bambini, giovani, vecchi, uniti dal filo della cinepresa. Il direttore dice che all’arrivo è stato accolto da un arcobaleno. Durante il discorso di apertura, uno stormo di passerotti danza furioso nel cielo. Che sia il Festival dei presagi? Forse, Hitchcock ci sta guardando.

Traina invita poi il primo ospite a raggiungerlo. È il compositore e musicista Fabio Frizzi, fratello del compianto Fabrizio, autore della colonna sonora del memorabile Fantozzi e di oltre cento altre e appartenente al segno del Cancro.

Frizzi si presenta da subito come un uomo «per il novantatré per cento istintivo». Ma non lasciatevi ingannare dagli occhi gentili e dal sorriso bonario perché, ammette, è uno che nell’ascolto ti studia. Ha studiato Andrea, ha studiato il Festival e persino gli accordi del Trio Casamia, in concerto più tardi. E proprio per aver riconosciuto nel team l’ardore, la passione, e l’amore di chi ogni giorno sceglie a proprie spese di fare cinema, ha deciso di accettare e di raccontarsi a noi perché «Non c’è niente di meglio del parlare di cinema con chi il cinema lo respira».

Andrea ama il cinema, Fabio ama il cinema. Anche Fabrizio lo amava. Figli di Fulvio Frizzi, distributore cinematografico di Bologna e direttore commerciale dell’Euro International Film, Fabio e Fabrizio hanno da sempre nuotato in acque conosciute e vissuto dentro un habitat per loro naturale. Fabrizio sceglie la televisione, Fabio accompagna il cinema con la musica. In questa notte di apertura sotto il segno del Cancro, il ricordo familiare è commovente. Quando Fabio parla, sorride sempre genuinamente. È un entusiasta, un sognatore che prevede la musica che scrive, la fa diventare protagonista, la rende determinante. La musica è un appuntamento e, per tornare al banchetto, è il vino che dona al palato un retrogusto di bosco, l’atmosfera dei sapori.

Dopo il saluto stracult di Marco Giusti in video, Frizzi racconta del successo dei primi due film di Fantozzi, regia di Luciano Salce. Come ogni ambiente familiare che si rispetti, sotto il segno del Cancro è il cinema degli aneddoti. Non c’è attore che non si sia formato tramite le storielle della compagnia di Stanislavskij. Della stessa opinione è il compositore che dà al pubblico un ricordo inedito, sentito, di Paolo Villaggio. «Paolo era un rivoluzionario lucido, politicamente attivo e con idee chiare. Era intelligente, molto timido ed una gran brava persona. Ti raccontava la sua visione con educazione. Una volta, mentre strimpellavo la chitarra, mi raccontò di Cat Stevens». E La ballata di Fantozzi nasce in cinque minuti. In do maggiore, cadenzata, inconfondibile ma che inizialmente Villaggio non voleva cantare. Poi, dopo le insistenze di Carlo Bixio, direttore del dipartimento colonne sonore del film e amico di Frizzi, Villaggio dovette cedere: era troppo timido per tirarsi indietro.

Poi il direttore invita Vincent Migliorisi, frontman dei Trio Casamia, ad unirsi alla chiacchierata e la conversazione si intesse di ulteriori aneddoti e curiosità tecniche. Migliorisi arde di intervistare Frizzi che non vede l’ora di rispondere alle sue domande. Si passa a Vieni avanti cretino, altro successo di Luciano Salce con protagonista Lino Banfi. Frizzi racconta del sassofonista che per poco non lo maledisse: suonò tanto da arrivare a fine serata con le labbra viola. Al racconto su com’era Lino Banfi, la gente sorride. Frizzi confessa di aver dovuto posticipare alcune telefonate del comico pugliese, poiché lo chiamava puntualmente mentre era in sala di registrazione per un invito a pranzo.

Si passa al tema del cinema di genere, componente importante del Festival e della vita di Frizzi. Il direttore ricorda: è un cinema inventivo, spesso realizzato con poco ma costruito intorno ad un’idea. È il cinema dei credenti, realizzato con poco budget. Le produzioni rientrano facilmente nelle spese, e gli incassi rimanenti vanno reinvestiti nelle grandi produzioni per realizzare kolossal decisamente più costosi. È un cinema matrice.

Cinema a cui appartiene Sette note in nero di Lucio Fulci, 1977, e di cui Frizzi ha composto l’inquietante e dissonante tema principale. Cinema che, come racconta Traina, è amato da credenti come Quentin Tarantino, cresciuto a pane e spaghetti-western di Sergio Leone, e che ha ripreso la melodia per la colonna sonora del suo Kill Bill: Volume 1. Spiega Andrea che quando viene proiettata una clip del film, la scena in cui in ospedale la Sposa ha appena ucciso il camionista e sta per colpire mortalmente Buck al tendine d’Achille, Migliorisi rivela che la panoramica verso il basso in origine non era stata pensata in rallenty ed i frame non bastavano a coprire la durata del tema musicale. Così, Tarantino sceglie di allungare, duplicare, i frame della sequenza, sacrificando la qualità dell’immagine in virtù della melodia. Un errore tecnico che valorizza il film.

E Fulci? «Un amico con cui è nato un sodalizio. Un uomo che ha amato il cinema, lo conosceva e che girava fidandosi dell’operatore e del risultato, in un’epoca in cui non si poteva vedere da subito il risultato delle scene girate. Fulci si circondava solo di gente di cui si fidava, era un terrorista dei generi aggressivo e bisognoso di raccontare».

Il tema della scena in cui Emily, la ragazza cieca protagonista del ...e tu vivrai nel terrore! - L'aldilà (The Beyond), viene azzannata dal suo cane, nasce per caso. Dopo proposte e controproposte bocciate, Fulci sente Frizzi strimpellare un pianoforte di scena scordato. «Ecco, è così che dev’essere, stonato!» disse. Ed il risultato è ancora una volta memorabile.

Raccontare cinquant’anni di carriera in appena un’ora e mezza è impossibile, ci limitiamo ai primi venticinque. Ma Frizzi rassicura il pubblico: ritornerà martedì, quando verrà proiettato nel cortile il sopracitato cult di Fulci, e racconterà la seconda metà. Prima di lasciarci, il pensiero torna al fratello Fabrizio. L’appuntamento si conclude con l’esempio di un artista che anteponeva l’arte dello spettacolo alla sua vita: Fabrizio negli ultimi anni ebbe su tutti un pensiero: poter dare voce all’iconico cowboy Woody in Toy Story anche nel quarto film nonostante la malattia.

Termina così questo primissimo Donnafugatalks.

Decido di mischiarmi in mezzo al pubblico prima della proiezione del film. Afferro il braccio di Claudio, un amico venuto a scoprire il programma di quest’anno, e lo interrogo inquisitoria: «Tornerai? Cosa verrai a vedere e perché?». Lui timidamente sorride e mi dice che vuole approfittarne per vedere dei titoli non ancora visti. «Sicuramente, però, tornerò per vedere Forrest Gump. La prima volta che lo vidi mi colpì tanto per il modo in cui il protagonista affronta la vita». Come dargli torto? Con Forrest torniamo tutti bambini, sentiamo che la mamma si avvicina per allacciarci le scarpe ed assistiamo ai più grandi eventi del paese.

Poi rubo Vincent Migliorisi alla sua cena. Lui, ancora emozionato dall’incontro con Frizzi, mi racconta del piacere di partecipare ad un Festival che ha cura dei dettagli e non lascia nulla al caso, della gioia che prova nel sentirsi arricchito e della responsabilità che sente nel dover, successivamente, eseguire il suo repertorio di colonne sonore, a conclusione della serata. Quando chiedo il film del cuore della rassegna, mi dice senza esitare: «Fantozzi. Un film che quando uscì nel ’75, superò l’Esorcista al botteghino. Ne parliamo ancora dopo cinquant’anni». A quel punto sorge una riflessione spontanea. È un film apparentemente lontano nello spazio e nel tempo, in cui un uomo lombardo è perseguitato dal suo lavoro di ragioniere, eppure è riuscito a raggiungere anche i nostri operai del meridione. Migliorisi commenta che in realtà la situazione dell’impiegato è quasi invidiabile, e ci fermiamo a notare l’esito del cambiamento: quella che ai tempi di Fantozzi è una condizione odiosa e sventurata, oggi diventa addirittura uno slogan, una speranza, quella di Checco Zalone che non rinuncerebbe mai al posto fisso.

Torno così alla proiezione del ragioniere. Mentre continua a fare autogol nella partita di calcio coi colleghi fra scapoli e ammogliati, mi accorgo che un gruppo di giovani ragazzi di passaggio si è seduto per la visione. Tanto quanto i più anziani fra gli spettatori, ridono puntuali e con gusto. Non solo perché lo sventurato Fantozzi faccia sempre ridere, ma perché è impresso nella memoria collettiva, e riderci su è confortante, è un luogo sicuro.

Dopo il ritornello della festa di Capodanno, vado finalmente da Frizzi. Devo assolutamente conoscere le sue prime sensazioni, non essendo mai stato a Ragusa né al Festival. Lo trovo parecchio contento e mi dice che da quando ha messo piede al castello, si è sentito a casa. Come avevo già sentito dalla coppia di turisti nel pomeriggio, si è sentito subito accolto, dal team, dalle persone del pubblico, perché negli sguardi vicendevoli con gli spettatori si è parlata la stessa lingua.

«Qui c’è qualcosa di pensato, c’è qualcosa di gestito e c’è qualcosa di casuale. Lo spessore della proposta e la complicità di chi partecipa sono una cosa rara». Lo ringrazio, lo saluto e gli ricordo che mi deve almeno un’altra domanda, poi lo lascio libero di correre finalmente curioso al concerto medley.

In questa notte di pre-festival, penso più volte a Nino Rota e a quel passaggio musicale dapprima per De Filippo che ha consacrato il Padrino. Torno a casa immaginando Frizzi chino sul pentagramma con la matita, il sudore in fronte e lo sguardo corrucciato in concentrazione, nel trascrivere la traccia per il film di Fulci. Poi registrarla, legare il nastro ad una matita affinché venga ripetuta in loop e lasciarla suonare nella stanza mentre corre a chiamare il regista.

Nel loop melodico che porta ai sogni, vi auguro la buonanotte.

A mercoledì.

Rachel Massari