Cari gentili lettori,
in questo momento sono le tre, ma per voi è probabilmente un giorno nuovo. Voi dormite, io scrivo. Voi leggete, io dormo. Mi diverte molto, lo ammetto. Ci rincorriamo come gli operatori del Donnafugata Film Festival, che macchinano in silenzio affinché l’ingranaggio funzioni. Due giorni fa, per ingannare l’attesa del Festival, ho iniziato i miei appunti confusionari parlandovi di favole. Oggi la nave è ufficialmente salpata e a dare il via a questa edizione sotto il tramonto del sole è proprio una favola, la leggenda di Colapesce.
Al mio arrivo, la facciata è coperta da un palcoscenico in miniatura, con un tendone rosso. Dietro: rumori di ferri, scalpitii, passi frenetici. Davanti: una platea in stile Globe Theatre, dove i più degni — i bambini — siedono. I genitori si riuniscono attorno a mo’ di cinta muraria, forse per tenerli d’occhio, forse per malcelata curiosità dello spettacolo. Il direttore artistico Traina spegne i clamori e invita sul palco Marco Napoli, rappresentante dell’Antica Bottega del Puparo – Marionettistica Fratelli Napoli, l’ultima famiglia di Catania rimasta a portare avanti l’Opera dei Pupi. Marco esordisce con le stesse parole di Frizzi: «La nostra famiglia qui si sente a casa». Del discorso di ringraziamenti ascolto poco. Sono più concentrata sulle facce dei bambini. Su Colapesce sono preparati. Allora, il burattinaio muove i fili di una marionetta e chiede ai bambini se sanno cosa sia. «Marionette! Pupazzi! Burattini!» «Pupi siciliani e burattini a guanto!» corregge. Inizia lo spettacolo ed un pupo dalla voce tonante fa la sua comparsa. Accanto a me, un bambino ripete le battute con vocalizzi urlanti agitando un biscotto. La marionetta urla? Lui urla di più.
E voi, non conoscete la leggenda di Colapesce? Ma cosa vi insegnano a scuola?! Andatevela a recuperare, poi tornate subito qui. Roba da matti.
Mi avvicino a un lato del palco per spiare il giovane pubblico. Quando il pupazzo si muove, i loro occhi sono spalancati in ammirazione. Mi commuove, una volta c’ero io al posto loro, e la bocca aperta davanti allo spettacolo era la mia. Desideravo ardentemente salire sul palco per vedere da vicino la scenografia, toccare gli attori, giocarci. Ma attenzione: la stessa espressione si dipinge sui volti dei genitori. Davanti allo spettacolo siamo tutti uguali, come davanti alla legge. Forse, addirittura di più. Una volta un insegnante di teatro mi parlò del significato di “Vocazione”, e di Maria Signorelli, storica burattinaia, che al termine dello spettacolo veniva accerchiata dai bambini desiderosi di toccare con mano i fili e le marionette. Il ragazzino dalla coda di pesce che sta nuotando sul palco altro non è che stoffa, colla e pezza. Tanto basta. Che nessuno si azzardi a vedere cosa accade dietro le quinte! Torno nella via principale. La folla si è moltiplicata. Una bambina di tre anni mi tira il vestito mostrandomi orgogliosa la sua bambola dalla coda di sirena. Dice che si chiama anche lei Colapesce e la fa nuotare per aria. C’è una ressa di richieste di volantini. Quando qualcuno me lo chiede, gli altri si accodano e in un attimo resto a mani vuote. Uno, due, tre… Faccio da spola e, mentre lo spettacolo finisce e il direttore ha annunciato i film in cartellone, resto in ascolto. Un bambino, tirando la gonna della madre: «ma poi lo andiamo a vedere, Spiderman?», un altro nel passeggino piangendo: «No! Non andiamo via! Non voglio andare via!». I piccoli sono l’anima di questa serata.
Andrea, il direttore, lancia la sigla da lui realizzata. Spiega di essere ricorso all’intelligenza artificiale per giocare un po’. Ecco che vediamo un bambino, lui stesso, partecipare alle scene cult dei film in programma. Lo schermo su cui è proiettato il video si muove come la vela di una nave. Stiamo davvero salpando. Protagonista del Donnafugatalks di stasera è Anna Di Francisca, regista del film La bolla delle acque matte. Il suo è un ritorno felice, con un film che ha urgenza di essere distribuito nelle sale.
Girato a Castelluccio di Norcia, in Umbria, il film racconta di un paesino che si sta svuotando a causa dei terremoti. Restano solo i migranti per lavoro.
Il titolo, spiega la regista, deriva «dalle acque matte dei torrenti della zona, dette così perché si mischiano» e per la prima volta l’acqua, e non il sangue, diventa metafora dell’incontro fra più etnie.
L’acqua, però, è tanto vitale quanto pericolosa e i migranti, sapendo di poter perire, la temono. Di Francisca non realizza un film sul terremoto, ma sulla perdita. Abbiamo due categorie di esuli: quelli che hanno perso tutto e quelli che il tutto hanno dovuto abbandonare. Ma se terremotati e migranti si incontrano e uniscono le forze, quante persone dovremmo tenerci in casa nostra? Chi facciamo entrare, in base a cosa?
L’urgenza alla base del progetto registico è quella di un paese che ha bisogno di essere raccontato quanto ripopolato e ridare identità alle vittime. Nella morte siamo tutti uguali. I migranti che hanno vissuto il terremoto sono arrivati in Umbria per lavorare. Mentre cercavano un parente fra le macerie, sono stati additati come sciacalli dai giornali scandalistici. Hanno rappresentato l’eroismo nella tragedia e, per salvare un chilo di farro, si sono gettati nel fango. Riconosco la necessità della regista di raccontare le mani sporche di fango pur di salvare un chilo di farro, quella rabbia nel vedere che la nostra società sceglie quali morti ricordare.
Andrea pone l’accento sulla realtà duale dell’opera. Da una parte abbiamo i protagonisti che si fanno strada fra le rovine, dall’altra spiriti magici che vi danzano sopra. L’incantesimo è creato dal compositore Paolo Perna, che sfruttando i canti gregoriani e l’equivoco di crederli occidentali, ha creato una commistione armonica di voci, dove Europa e Medio Oriente si mischiano. A partire da un canto in cui vi è il monito “Terribilis est locus iste”, Perna riflette sul significato di “terribilis” e sulla sua duplice natura. Sotto il segno del Cancro le cose ci appaiono specchiate.
Così la parola latina significa meraviglioso e terribile al tempo stesso e Castelluccio di Norcia ne La bolla delle acque matte diventa un luogo meraviglioso per gli spiriti che lo abitano e terribile se tali spiriti si agitano. D’altra parte, chi dice che lo straniero non sia proprio la Sibilla venuta a sconquassare la terra? Che un viandante, per la legge di Zeus, non sia un dio sotto mentite spoglie?
«È la paura», commenta la regista, «che per diffidenza o ignoranza di ciò che non si conosce crea disastri». Paura alla quale il sindaco di Castelluccio, interpretato da Fausto Russo Alesi, non si lascia andare. L’attore arriverà domenica al festival per Se posso permettermi capitolo 1 e 2; nel frattempo la regista ne parla come di un attore appassionato con tanto da offrire e un punto di riferimento per la troupe. Effettivamente, nel borgo umbro sembra un condottiero che non vuole abbandonare la nave.
È «un film politico con attore politico». Alla qui presente piace.
Si aggiunge in coda Paolo Perna, parlandoci del luogo. «Una zona considerata storicamente casa di negromanti. Si dice che la Sibilla dimorasse sopra la Porta dell’Inferno e che dal suo trono di pietra mandava le fate a danzare nei paesini limitrofi, con l’obbligo di tornare al nascere del sole. Se non le vedeva tornare, per l’agitazione scuoteva il trono, generando così i terremoti». Gli ospiti si congedano e io rimango per la visione. Questo genere di storie mi vincono facilmente. Più delle vicende del sindaco, il cui animo è temprato, sognatore e testardo, sono incuriosita dall’elemento fantasy.
Non capita tutti i giorni di vedere un prodotto italiano in cui ci sono creature magiche e spiriti evanescenti. All’inizio vedere un soffio di polvere di stelle in Umbria mi ha fatto uno strano effetto. Poi entro nella storia, empatizzo col protagonista e alla fine parteggio per la causa. È un esperimento interessante, un tocco di magia inusuale. La terra riarsa si fa guscio di accoglienza.
A cena reincontro l’associazione dei Pupari. Mi raccontano del loro mestiere di famiglia, da quel bisnonno che ha passato il testimone a tutti loro. Chiedo al piccolino al seguito se continuerà la tradizione e asserisce convinto: il suo pupo preferito è l’eroe furioso Orlando.
Corro a destra e a sinistra come una trottola. Nell’Arena del Fossato si è già riunita una fila di persone per vedere La casa di Sam Raimi. Dovranno aspettare, Tobey Maguire sta mettendo k.o. Willem Dafoe, confermandosi vincitore di ascolti della serata fra i cuccioli del Festival. Fra interviste, giravolte e una studentessa felice di aver visto il professore Roy Menarini dell’Università di Bologna in ruolo di guest director commentare Jake La Motta, scelgo il prossimo film in quella che poi è la mia sala preferita: 12 angry men, La parola ai giurati, alla prima regia di Sidney Lumet.
La qui presente autrice ammette di avere un debole per i thriller psicologici e i film d’epoca. Leggo la dicitura “1957” e sono già seduta. L’Arena delle Bifore, poi, ha un fascino incredibile. Mi siedo lì e mi sento ad un ballo di primavera ottocentesco. Sarà che in questa arena ho visto La finestra sul cortile di Hitchcock e Tesis di Amenábar; sarà che qui almeno fa fresco; sarà che è confortevole; sarà che ci sono le stelle ben visibili… insomma, anche per me la serata si colora di magia. Davanti a me, dodici giurati sono responsabili di decidere se un ragazzo accusato di parricidio sia innocente o colpevole. Undici non hanno dubbi sulla sua colpevolezza, ma uno, l’angelico Henry Fonda, vuole rivedere il caso prima di poter decidere. Nonostante il caldo insopportabile e gli atteggiamenti svogliati degli altri giurati, Numero 8 inizia una vera e propria partita a scacchi simultanea con le loro tesi, rifiutando l’idea di mandare a morte un ragazzo con tanta leggerezza. Uno ad uno i pezzi dubitano, si arrabbiano e si arrendono. C’è un ragionevole dubbio. Quando il sudore si è completamente espanso sulle loro camicie, i dodici raggiungono un verdetto unanime.
Non è un caso che a Donnafugata Film Festival alcuni film si sovrappongono. Accanto all’Arena delle Bifore, c’è il Cortile Interno dove si sta proiettando L’aldilà – e tu vivrai nel terrore, regia di Lucio Fulci, che non ho avuto il coraggio di guardare. Così, le musiche di Fabio Frizzi, incontrato due giorni prima, entrano nelle inquadrature di Lumet, accompagnano i passi scientifici di Fonda e donano una nuova lettura al film. L’atmosfera, già densa di tensione, assume note drammatiche, dissonanti, e la musica ricorda al pubblico quanto spesso sia facile condannare un uomo per pregiudizio.
Guardatelo: è solo un ragazzo povero e voi degli spocchiosi borghesucci!
Lunghi piani sequenza impegnano gli attori nella recitazione corale, attraggono me e il pubblico. Mi accorgo che siamo tutti giovani, sui venticinque. Dietro di me, una fila di ragazzi è rimasta in piedi.
Li invito a sedere, restano titubanti. Poi interviene il viso dolce di Joseph Sweeney, con le sue orecchie a sventola e le rughe ai lati degli occhi, e il gruppo si arrende a sedere. Se fossi una regista di cinema, La parola ai giurati è un film che vorrei dirigere. Giungono la sigla e i cartelli d’epoca. È uno di quei casi in cui resto incantata a fissare i titoli di coda. Non voglio alzarmi, voglio restare qui, nel ’57, a ricambiare i sorrisi beffardi di Henry Fonda e ad ammirare il broncio di Lee J. Cobb. Ma è tardi, la mia carrozza bianca a diesel mi attende. Cammino amareggiata, pensando alla bravura degli attori, all’invidia che provo. Quel livello di recitazione mi sembra tanto alto quanto lontano. Ho tanto ancora da imparare e il cinema di oggi è differente. Mi sento una vecchia nonnina che fila il gomitolo parlando dei vecchi tempi. Torniamo al presente, vi do il buongiorno e a me la buonanotte.