Cari gentili lettori,
non c’è viaggio che si rispetti che non incontri qualche ostacolo. Il mare è pieno di pericoli, ma non c’è marinaio che riesca a starne lontano per più di qualche ora. Così è il mondo di chi sta dietro le quinte o la macchina da presa. Mille problemi, inconvenienti di ogni genere e risorse generalmente limitate. Ma lo spettacolo deve andare avanti, il film venire concluso ed il regista realizzare il suo progetto artistico. Quella che sto per raccontarvi è una notte di tempesta senza piogge.
La mia giornata a Donnafugata inizia prima del solito. Sono le cinque, un orario in cui in Sicilia dovrebbe essere vietato uscire. C’è molto caldo, l’aria ferma mi fa boccheggiare e la mia pressione è intorno a 55. Mi sono aggiunta in corsa al workshop di recitazione diretto da Aymen Mabrouk, attore italo-tunisino. Giusto per complicarmi la vita. Siamo nell’Arena delle Bifore, uno spazio per me sicuro. Sono tesa. Ho tre ore di sonno in corpo e sono già in modalità soldatessa in missione.
Lui è fantastico. Si avvicina, mi prende le mani e pronuncia il mio nome con accento francese.
Potrei svenire all’istante… per la bassa pressione, lo giuro. Il gruppo è corposo, variegato in fisicità ed età, a maggioranza femminile. All’inizio mi scoraggio: son cose che conosco a memoria. Ho paura di annoiarmi un po’. Invece Aymen è recettivo, capisce subito: «Anche io provengo dal teatro. Credo sia un punto fondamentale di partenza per recitare in cinema. Ma sono linguaggi diversi» mi dice.
Va bene Aymen, hai vinto, rimango. Un paio di esercizi dopo, sono immersa nella concentrazione. Realizzeremo dei corti che verranno proiettati al Festival. I laboranti di linguaggio cinematografico ci dirigeranno, posizioneranno, metteranno in pausa. Saremo le loro marionette. Replichiamo davanti alla camera quanto fatto dall’attore: ripetere la stessa frase con emozioni diverse. Sanford Meisner, se mi leggi, perdonami. Sono l’ultima all’appello. Per rimanere focalizzata, sono rimasta in piedi in Om per quaranta minuti. Il calcagno sta solcando la pietra. Quando finalmente registrano anche me, mi sciolgo completamente. Scrollandomi, riscopro articolazioni mai sentite prima. Le mie viscere non hanno il tempo di snodarsi. La seconda giornata di Donnafugata Film Festival sta per cominciare. Saluto e scappo. Cambio, bagno, trucco ed eccomi pronta in veste di valletta.
Nel Cortile Grande siedo con Stefano, responsabile dell’ufficio stampa. Abbiamo preso l’abitudine di ricavarci un angolo dove digitare con violenza i nostri appunti senza infastidire l’uditorio. È tutto un “Aspetta che ha detto…? Aspetta che…?”.
Stasera sono distratta e Stefano se ne accorge. Sono in calo di energie e per ricaricarmi faccio battutacce e freddure moleste. Povero lui. Arriva il direttore artistico, e dal discorso di apertura scopriamo che l’ospite di stasera, Maria Pia Di Meo, istituzione del doppiaggio italiano e voce (fra tante) di Meryl Streep, non potrà essere presente per un problema familiare. Il microfono fa le bizze, un video parte in anticipo, qualcuno fra il pubblico riceve una telefonata. “Eccoci”, penso, “ora si alza la marea”. Poi, Andrea prende il timone e fa un cambio di rotta degno del capitano Achab. Invita sul palco Luca Biagini, doppiatore dal curriculum pari all’Antico e Nuovo Testamento e voce di Colin Firth nel recentissimo Disclosure Day (2026), regia di Steven Spielberg. Le nuvole all’orizzonte si allontanano. Brave, tornate da Fantozzi, sciò!
Biagini è ormai di famiglia. Al suo terzo ritorno al festival, non ha bisogno di mappe e guide. Arriva, tiene il workshop di doppiaggio e si siede a chiacchierare con Traina. Conversano come due vecchi amici. A proposito di Colin Firth, Andrea esordisce: «Dovendo interpretare tanti personaggi diversi, la voce, essendo la stessa, va modulata. Angela (N.d.A. direttrice organizzativa) non ti ha riconosciuto». Scopriamo così che, a differenza di molti attori, il vero sogno del doppiatore è diventare invisibile. «Anche se è paradossale, per me è un complimento», esordisce Luca Biagini «Scanlon non è un cattivo tout court. Accentuandolo, sarebbe risultato un cowboy. Ho lavorato per renderlo tranquillo e calmo. La difficoltà è stata dosare l’energia ed evitare che fosse troppo né moscio né autoritario. La bellezza del doppiaggio è questa: il pubblico potrebbe riconoscerti ma se la voce restituisce con fedeltà il personaggio, se ne dimentica. È una magia. Un errore comune è far prevalere la propria bella o brutta vocalità. Così rompi l’incanto e va a discapito del film». Scoppia un applauso a cui contribuisco. L’umiltà e la sua voce ultraterrena hanno calmato le acque. Ho i brividi, sto ascoltando Batman ricordarmi che noi artisti non siamo altro che servi, mezzi di contatto per un bene superiore. A proposito del laboratorio spiega che «È interessante la partecipazione di grandi e piccoli, tutti con molto entusiasmo. È bello scoprire voci che non si sono mai affacciate al doppiaggio».
Lo so, vi state chiedendo come funziona all’atto pratico, ed io ci arrivo subito, miei lettori curiosi.
Andrea spiega che di solito si doppia in una saletta predisposta con elementi essenziali: schermo, microfono e leggio sul quale si trova il copione. Immancabile l’assistente di doppiaggio accanto al leggio che segue il sync (dall’inglese synchronization, la sincronizzazione fra immagine e voce). Biagini: «Il sync non è solo rispettare la lunghezza delle battute, ma cercare di beccare le labiali dell’attore per dare l’impressione che stia davvero parlando». A tal proposito, Andrea accenna a un workshop di doppiaggio fatto con Giancarlo Giannini e all’importanza del respiro. È la regola più antica del mondo, un fatto logico: anche il doppiatore è un interprete e, senza il respiro, si parla ingolati.
E per i movimenti? Se Tom Cruise sta correndo? «Troviamo movimenti organici che possano essere coerenti» dice Biagini. Una voce che corre o un gesto replicabile. Vale anche per le espressioni. Quando il proprio personaggio è in silenzio, si ricercano espressioni, facce, sguardi, sorrisi da replicare. Le battute, miei cari, sono anche questo.
«Sì ma… quando due attori si baciano?» chiede Andrea dando voce alle mie fantasie più lugubri. Risposta secca: ti baci la mano. Biagini racconta poi che agli inizi ha lavorato in un… certo tipo di cinema. Questa autrice non vuole privarvi degli aneddoti piccanti. Ne cambierò solo qualche parola, a mo’ di Anna Marchesini in versione sessuologa. Non ci crederete, ma quando si doppiano film… birichini… il rischio per un doppiatore di andare in iperventilazione è altissimo. «Non succedevano grandi cose, pochissime parole, sempre le stesse… però quanto si respira!» ci racconta l’ospite «Si registrava a rullo e tu per venti minuti respiravi a ritmo crescente». E a peggiorare l’imbarazzo inevitabile dei sudati doppiatori interveniva il direttore di sala che, serissimo, dava suggerimenti sul copione. «Invece di dire BEEP, dì semplicemente BEEP». Capito no?
Traina chiede: «Mi ricordo Giannini dirci che non sempre un dialogo si doppia con i due attori presenti contemporaneamente. C’è chi preferisce la colonna separata. Perché avviene?» e scopriamo con l’ospite che: «Prima si registrava e si incideva insieme. Oggi gli attori non sono sempre disponibili e occorre accorciare i tempi. Con Giannini ho lavorato ad un film. Lui non c’era mai. Preferiva stare da solo per via degli impegni di lavoro. Si ritagliava il tempo. Così è stato per Batman di Tim Burton, e così è stato con Gassman in Dimenticare Palermo. Mai visto né incontrato. Mi è dispiaciuto. Poi con Giannini ci siamo conosciuti una sera a tavola. Mi ha raccontato alcuni aneddoti un po’ mitologici, diceva che lui doppiava senza guardare l’attore sullo schermo. È impossibile ma è divertente Giannini che racconta qualche balla».
Il pubblico ride ma nella mia testa sento solo Jack Nicholson chiedermi se danzo mai con il diavolo nel pallido plenilunio. Traina invita Massimo Martella, sceneggiatore, regista che tornerà domani per il suo film Il tocco di Piero, in occasione dei cento anni dalla nascita del compositore di cinema Piero Umiliani. I due si incontrano dopo anni sul palco. Hanno già lavorato insieme a R.I.S. – Delitti imperfetti, quinta stagione in cui Biagini è il perfido professor Giacomo Adler, capo della setta degli Eletti. Biagini esulta, ha amato quel personaggio scritto proprio da Martella. Spesso attori e sceneggiatori non si incrociano. Quale migliore occasione del Donnafugata Film Festival per riunirli?
Spazio a Maria Pia Di Meo, che saluta il pubblico in video, e alla sua lunghissima carriera. Andrea commenta puntuale: «Quando parlo al telefono con gli ospiti sento uno spaesamento freudiano. Loro parlano e nella mia testa passa una quantità di film incredibile». Infine, la più antica disputa di cinema: doppiaggio o lingua originale? Massimo Martella racconta di quando dovettero scegliere per un film didattico la voce del personaggio di un quadro, narratore del salvataggio di alcune opere durante una guerra mondiale. «Quale scelta migliore di Letizia Ciampa, voce di Hermione in Harry Potter? Per i ragazzi era una voce familiare». Il direttore artistico cita Truffaut. Il film con i sottotitoli non può andar sempre bene, anche quello è un tradimento. Ti costringono a leggere a discapito dell’azione. Kubrick pretendeva che le sue opere venissero doppiate. «A Kubrick non piacque il mio Cowboy» dice l’ospite. «Lui approvava le voci di tutti i personaggi. Il direttore di doppiaggio però la pensava diversamente e decise di tenerlo. Alla fine, il regista mandò una lettera di ringraziamento». Andrea: «sei protagonista di aver ingannato il maestro!»
È il momento delle proiezioni. Non voglio tanto raccontarvi i film che ho visto, sarebbe superfluo. Vorrei però porli in relazione. Mentre guardavo gli occhi lucidi di Meryl Streep completamente diversi fra Joanna in Kramer contro Kramer e Francesca ne I ponti di Madison County, ho iniziato a riflettere sul significato di tempesta, con cui ho aperto questo secondo capitolo. La tempesta si caratterizza di fasi, appuntamenti precisi. Vi è il momento del pre, della quiete, un faro in mezzo al mare piatto che ospita per un breve periodo Willem Dafoe e Robert Pattinson in The Lighthouse. La tempesta è anche sinonimo di cambiamento. Lo spirito dei personaggi Bruno Cortona e Roberto Mariani ne Il Sorpasso cambia notevolmente durante il film. Il vento infuria, il mare si gonfia, la marea si alza. Arriva la tempesta, fisica ed interiore. La tensione ribolle tanto nella testa di Malcolm Rivers, quanto nel motel in cui dieci sconosciuti si ritrovano a fare una tragica conoscenza, perennemente fradici e in balia della pioggia. Mentre guardo Identità di James Mangold, gioco anche io ad indovinare chi verrà inghiottito dal mare. In piena tempesta interiore sono le già citate donne di Meryl Streep. Joanna va incontro al disfacimento del suo matrimonio, lotta contro le onde della moralità e, come spesso accade, il suo tentativo di riavere Billy si trasforma in una feroce battaglia legale in cui il desiderio di vittoria sull’ex marito Ted sembra prevalere. Francesca, poi, è la perfetta dimostrazione di come noi umani siamo più simili all’acqua che alla roccia. Un matrimonio perfetto, due figli, una campagna. Un tempo scandito sempre uguale. Poi l’arrivo di un fotografo cambia tutto, e Francesca inizia ad annaspare sottomessa ad emozioni che è incapace di gestire. Il vento si calma, le onde rallentano la corsa e pian piano la tempesta passa. Qualcuno è stato inghiottito, qualcuno è riuscito a sopravvivere temprato nell’animo, qualcuno ha fatto naufragio. Ma nessuno è rimasto lo stesso. Siamo esseri in divenire. Il Cancro ha un guscio duro per proteggersi dalla violenza del mare. Ma noi? Quando il nostro Io è in subbuglio, quando le nostre identità lottano, quando le nostre certezze si spezzano e ci ritroviamo emotivamente fragili, come ci difendiamo?
Ma ha poi tanto senso difendersi? La domanda resta aperta.