Cari gentili lettori,
la scorsa notte vi ho lasciati con una domanda aperta e stasera ve ne pongo un’altra: cosa accade dentro e fuori dal guscio?
No, non siete finiti su una puntata di Super Quark e questa autrice non è (a malincuore) una discendente di Alberto Angela. Per riflettere su questa domanda, permettetemi di raccontarvi questo giovedì notte e, se alla fine non avrete comunque capito, questa autrice vi dà il permesso di lanciarle pomodori. Per ora, continuiamo la rotta.
Dunque. Come nelle puntate precedenti, il Festival segue il suo copione: alle venti vi è l’incontro con l’ospite, alle ventuno la prima programmazione, alle ventitré la seconda. Al mio arrivo, mi sento la rotellina di un orologio. Ho la mia routine, che prevede la frequenza ai workshop, la fuga allo scoccare delle diciannove e trentotto, una rapida sistemazione ed un confronto sul programma con Alessandra, social media manager dell’evento e mia collega di avventure nelle interviste social. In bagno, mi do una ripassata al mascara meccanicamente. Ho due brutte occhiaie. Oggi inizio ad accusare il deficit di sonno.
Il preannunciato protagonista del quarto Donnafugatalks è il regista e sceneggiatore Massimo Martella. Lo abbiamo già incontrato ieri, quando si è unito alla conversazione con il doppiatore Luca Biagini, e stasera ritorna per raccontarci la figura del musicista e compositore Piero Umiliani, di cui ricorrono i cento anni dalla nascita e a cui Martella ha dedicato il film documentario Il tocco di Piero, che vedremo subito dopo.
«Siamo circa a metà navigazione», ricorda il direttore Andrea Traina in veste di presentatore, «e dei quarantotto film in cartellone ne abbiamo sfoltiti una buona ventina». Ora tocca al docu-film, e Andrea ne introduce la figura del protagonista tristemente «ricordato come compositore di musiche da cinema, così detto, “di serie b”, definizione spesso poco congrua, Piero Umiliani ha in realtà attraversato ogni tipo di cinema».
Ma chi è Piero Umiliani e perché ne parliamo? La parola a Massimo Martella.
Fiorentino di nascita e cancerino di segno, secondo il critico Ernesto Assante di Repubblica, Piero Umiliani è stato «Il più famoso dei musicisti italiani sconosciuti, un vero genio».
Figura dai tratti mitologici, il compositore ha vissuto da vicino quella che può essere definita la primavera del cinema italiano d’autore. Siamo negli anni ’60, al cinema è appena uscito La Dolce Vita di Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini sta scrivendo Mamma Roma e dal Cinema Adriano al Cinema Barberini, passando per Via del Corso, la Capitale pullula di star da tutto il mondo. Una Hollywood sul Tevere dove si può incontrare Marcello Mastroianni alla guida di una vespa.
Dietro questo mondo scintillante, c’era una vastissima produzione di film di generi molteplici, veri e propri fenomeni come la commedia all’italiana, poi affermatasi. Film come quelli del duo Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, erroneamente considerati minori, avevano pari seguito delle opere di Antonioni.
«A differenza di oggi», interviene Andrea, «è che tutti guardavano tutto. Alla vastissima produzione era accompagnato un vastissimo seguito. A tal proposito, c’era un fenomeno interessante: gli esercenti stessi potevano diventare produttori e quindi stimolare la produzione di film quando non gli bastavano quelli che esistevano già. Nascono così, per esempio, i film con i sosia di Bud Spencer & Terence Hill, con i medesimi doppiatori originali e prodotti per colmare un vuoto, una richiesta enorme».
Ma è una primavera anche per i musicisti. «Il più noto è Ennio Morricone», dice Martella «ma i nomi sono tanti. Esattamente alle sue spalle c’è Umiliani che è, prima di tutto, un eccellente musicista jazz». «È sua la prima composizione jazz per film» interviene Traina «ovvero la colonna sonora de I Soliti Ignoti di Mario Monicelli, stasera in programma».
Piero Umiliani è stato anche il primo musicista italiano ad utilizzare strumenti elettronici per musica di consumo. Rintanato nel suo studio, creava delle musiche a soggetto di diverso tipo, le stampava su disco e le rinominava con titoli vaghi come “fantascienza”, “musica psichedelica”, “paesaggi”. Queste musiche venivano poi selezionate dalle case di produzione come la Rai o la radio. Nascevano così le sonorizzazioni, cioè un tipo di musica nata in maniera spontanea e inconsapevole destinata ad essere cornice essenziale di documentari e servizi televisivi.
«Hai definito il tuo film come “sincopato”, cosa vuol dire?» chiede Andrea.
«Piero era un jazzista. All’inizio del documentario vediamo, da un frammento del suo diario, che da bambino amava ascoltare proprio la musica sincopata, proveniente da oltreoceano, dall’America, e all’epoca, durante la seconda guerra mondiale, vietata dal regime. Ho cercato di dare lo stesso ritmo nel racconto del film. Umiliani è morto nel 2001 e di lui esistono pochissime interviste filmate, quasi tutte girate in VHS con una pessima qualità video. Non potendo realizzare una biografia, ho voluto raccontarlo tramite la sua musica. Il mio è un film musicale» dice il regista.
Ed effettivamente, di musica ce n’è tantissima. Abbiamo una notevole componente jazz, suonata da gruppi e musicisti correlati ad Umiliani come il pianista Enrico Pieranunzi, ed una componente lounge fatta di ritmi latini, bossanova, easy jazz e rock psichedelico, tutti elementi che contraddistinguevano la sua produzione. La parte musicale è affidata ai Calibro 35 che hanno esordito proprio con delle cover dei musicisti di colonne sonore dell’epoca. «Tutta la musica del film, anche quella a commento, è di Piero Umiliani. Fatta eccezione per una scena, le esecuzioni sono rigorosamente live». Il jazz è anche variazione su tema, cosa che il playback non permette.
Capitolo interessante è la figura del compositore, fonte di ispirazione per questa autrice. Commenta Traina che: «la cosa più sorprendente è che, per tutta la sua carriera, Umiliani resta invisibile, nascosto. Fabio Frizzi è conosciuto in tutto il mondo, Ennio Morricone è un’istituzione ma Piero Umiliani, è meno famoso. Eppure, la sua musica è entrata ovunque: nel nostro bagaglio culturale collettivo, nel nostro immaginario, nella gran parte delle pubblicità che ascoltiamo. Ma non ne conosciamo l’autore» e Martella spiega che ciò è dovuto al fatto che: «Piero si è nascosto dietro ai suoi progetti. Grazie ai memorabilia e ai racconti della famiglia, ne ho ricostruito la figura. Quando i musicisti facevano i turni da Morricone, entravano terrorizzati. Ennio era una figura autoritaria, veniva dalla musica colta e non si faceva problemi a cacciare i musicisti. Piero era tutto l’opposto: nelle pause rimaneva coi musicisti per pranzare e suonare insieme. Il suo desiderio era creare un autobus con tutti loro per girare l’Italia e suonare qua e là. È stato un indipendente, ha fondato la sua casa di produzione. Ciò gli ha precluso moltissime collaborazioni, perché reputato troppo indipendente dai produttori. Ma ciò ha permesso la realizzazione del film: la famiglia Umiliani, unica proprietaria dei diritti sulla musica di Piero, ci ha offerto massima collaborazione».
Interviene Traina e scopriamo così che la colonna sonora di The Muppet Show è in realtà un jingle del compositore nato per gioco e divenuto hit in America.
Importante poi nel documentario la figura di Edda dell’Orso, vocalist di riferimento per il genere della colonna sonora. Dal suo racconto e da quello delle altre figure del cinema che hanno orbitato intorno al compositore, emerge il racconto di una perfetta anima cancerina. Un uomo che viveva con pudore, nascosto ed il cui unico interesse era comporre nuova musica. Un artista che non ha soltanto raccontato al cinema i gusti musicali degli italiani, ma li ha anticipati, predetti. Caso vuole che il padre di Massimo Martella sia anche lui del segno del Cancro. Ci racconta il regista che nel visionare i diari del compositore abbia trovato molti punti di contatto fra le due personalità.
Secondo musicista italiano più campionato, i suoi brani sono stati presi, ritagliati, rielaborati ed inseriti in nuova musica nei tempi a venire. Una curiosità: è il compositore più usato dai rapper americani e anglosassoni. Collega per tre film di Chet Baker e suo grandissimo amico, si dice che una volta, mentre il trombettista stava eseguendo e rielaborando il tema de I Soliti Ignoti, Piero prese carta e penna e ne trascrisse al volo l’improvvisazione, perché “quella musica perfetta non poteva volare via”. Infine, grazie a Laura Betti entra in contatto con Pier Paolo Pasolini che all’epoca ricorreva ai testi di Italo Calvino per musicare i suoi film.
Dovete sapere che questa autrice ha molto affetto per i sodalizi musicali di Pasolini. Sono andata personalmente a chiedere al regista Martella come Umiliani avesse conosciuto il grande P.P.P., e la storiella è molto divertente. Da un’improvvisa apparizione per bisogno a casa di Laura Betti, vi trovò Pasolini lì seduto. Nasce così la collaborazione che segnerà Il valzer della toppa.
Si conclude l’incontro e Andrea lancia la sigla del Festival che accompagna l’inizio di ogni proiezione. Ripenso alla figura del compositore, al meraviglioso mondo jazzistico in cui ogni performance è unica e irripetibile, in cui una suggestione, un’atmosfera, un dettaglio del momento fa sviare il trombettista dal suo percorso.
Piero Umiliani viveva nascosto. Una personalità dai tratti epicurei. La sua storia particolare è quella di tanti artisti sconosciuti dalle opere immortali. Conosciamo il quadro, spesso lo abbiamo come sfondo del telefono, ma non sapremmo ricondurlo al suo autore. Cos’è dunque più importante: la dignità dell’opera o dell’artista?
La tendenza a nascondersi può essere una condanna come una necessità. Pensiamo al corpo, ad esempio. Per secoli si è ritenuto un contenitore dell’anima, un guscio. Protegge, conserva. Ma la protezione eccessiva è anche un limite, un muro che non permette di guardare oltre. Ieri ho messo i film, in particolare i loro protagonisti, in relazione. Oggi vorrei fare un esperimento diverso: mettere in contatto artista e contenuto. Rapido giro di perlustrazione: al mio arrivo le sale stanno proiettando Taxi Driver di Martin Scorsese, Rocky di John G. Avildsen, Ponyo sulla scogliera di Hayao Miyazaki, Oblivion di Joseph Kosinski prima e Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven poi.
Quasi tutti protagonisti maschili che s’interfacciano sotto un segno dalle caratteristiche associate al femminile. Quattro diverse forme di guscio.
La prima: il corpo. Rocky Balboa è un personaggio che colpisce per la grande contraddizione con cui è scritto. È un bambino cresciuto, enorme a vedersi, con le mani che risaltano quando accarezza la testa di Adriana. Poi apre bocca: rivela la sua essenza di sempliciotto e italo-americano stereotipato. Quel corpo scolpito, quell’irrobustimento e quella esposizione di mascolinità a calzoncini colorati, sembra proteggere un’anima acerba, fanciulla, ingenua e giocherellona. Lo stesso Apollo Creed si potrebbe definire un personaggio “tutto fumo”, superbo all’apparenza (si rivelerà buon amico di Balboa). Un dettaglio: Adriana lavora in un negozio di animali, con tanti pappagallini verdi in gabbia che svolazzano e si muovono proprio come i passi di Rocky sul ring.
La seconda: la mente. Simil discorso fatto per Identità, in Oblivion il controllo della mente è responsabile dei gravi accadimenti del film. La popolazione umana è vittima di un potente lavaggio del cervello, una macchinazione alla Matrix che ne ha cancellato i ricordi e la memoria. Sono intrappolati dentro una vita che gli è stata imposta e dalla quale cercano di scappare. Allo stesso tempo nel film ricorre l’elemento dell’acqua, che si dice avere memoria. Che i ricordi umani si trovino solo nelle rade cascate da cui i protagonisti rubano energia?
La terza: la dimensione.
Ponyo sulla scogliera, capolavoro di Hayao Miyazaki che ne ha disegnato egli stesso alcune scene, è la versione rivisitata della più nota favola di Andersen. Il guscio in questo caso ha limiti ben più estesi e rappresenta l’oceano intero. Ponyo è combattuta: vorrebbe tornare da Sosuke nel mondo umano e non dare un dispiacere al padre. Ma l’oceano, per quanto vasto, è un limite al suo irrefrenabile desiderio di vita. Per contrasto, anche in Nightmare la dimensione assume i contorni di una gabbia. Ne abbiamo il rovescio della medaglia, la situazione spinta al limite dell’orribile. I personaggi tentano di fuggire dal mondo dei sogni, rifiutano di dormire per salvarsi dall’anima di Freddy Krueger, morto, per altro, perché chiuso dentro una caldaia.
La quarta: la condizione.
A conclusione di questo capitolo, pongo l’attenzione su un film che amo e che ho visto per la prima volta in lingua originale al Donnafugata Film Festival. Martin Scorsese conferma con Taxi Driver il sodalizio con Robert De Niro, mio attore preferito. Son banale, lo so. Il film è la parabola e rinascita di un uomo prodotto dal sistema. Dagli appuntamenti tragicomici e dalla musica jazz (dopo la visione de Il tocco di Piero, impossibile non prestarle attenzione) claudicante, scivoliamo dallo scintillio al degrado dietro i sedili di un taxi che viaggia instancabilmente per la città. Tutti, persino un giovane Martin baffuto di nero, sembrano spingere Travis, dalla lucidità già compromessa a causa del passato da soldato, verso la violenza. Emarginato e costretto a rimanere solo, senza qualcuno che gli chieda come si chiami, Travis è rinchiuso dentro un veicolo che, invece di portarlo ovunque, lo rimpicciolisce e lo allontana dalla società. Ciò di cui ha bisogno è far uscire dalla gabbia i suoi istinti più oscuri, solo una volta. Poi, la vita può tornare alla sua ordinarietà. Il risultato di costrizione ed esplosione è disastroso.
Con la testa piena degli occhioni di De Niro, scivolo nel sonno.