Diario di Bordo · pagina 5

Alla luce della Luna

Venerdì 7 agosto 2026 · la quarta notte del DFFF
di Rachel Massari

Cari gentili lettori,

è una nuova alba, o meglio, tramonto, sul Donnafugata Film Festival, e questa autrice inizia a domandarsi: quale sarà il film più visto di questa edizione? Quale arena è la migliore sala cinematografica per la visione del film? Quale fascia di pubblico ha vinto in partecipazione? Vi osservo ormai da giorni. Per questo motivo, ho pensato di eleggere al termine di questa edizione, il film diamante del Donnafugata Film Festival 2026. Il risultato al momento è segreto ma posso dirvi che ho molto apprezzato finora la selezione di film di genere thriller psicologico. Un plauso al direttore. Dunque, invito i partecipanti a scriverci tramite messaggi, posta o piccioni, indicando le loro preferenze. Nel frattempo, mi divertirò ad osservare Salvo, Carla e Giuseppe azzuffarsi ed imbastire il miglior discorso di presentazione.

Tornando al nostro viaggio, al mio arrivo il programma sembra parecchio fitto. Questa autrice non ha, purtroppo, ancora ottenuto il dono dell’ubiquità (le mancano un paio d’esami). Deve perciò selezionare con cura cosa vedere. Il direttore artistico, per non rendere le cose facili, ha deciso di proiettare alla stessa ora in due sale diverse film come e A Venezia… un dicembre rosso shocking. Sono combattuta: lancio i dadi con la bellissima Carla e scappo rincorsa da un branco di rinoceronti con Mr. Alan Parrish o mi alleo all’alieno Christopher nella lotta contro l’apartheid consapevole che Salvo Paternò dormirà sereno sulla sua seggiola? In entrambi i casi, questa autrice ha difficoltà considerevoli con gli insetti.

Il Donnafugatalks interviene in mio favore. Oggi l’incontro prevede la partecipazione del regista Mourad Ben Cheikh, dell’attore Aymen Mabrouk e della protagonista del film a seguire Una sconosciuta a Tunisi, Fatma Sfar. Con i primi due ci conosciamo già. Mourad e Aymen curano i workshop per la rassegna InSegno Cinema del Festival, rispettivamente regia e linguaggio cinematografico il primo, tecniche della recitazione cinematografica il secondo, a cui ho preso parte.

Dopo le freddure che gli ho servito in questi giorni, sarebbe irrispettoso non presentarsi. Ci rimarrebbero male e non mi assumerebbero come ciakkista. L’incontro, inoltre, offre diversi spunti di riflessione ed è un ottimo punto di partenza per il racconto di questo venerdì. Mi accomodo.

Arriva Andrea Traina di azzurro vestito presentando quella che da anni è una tradizione del Festival: la serata-evento Un ponte sul Mediterraneo, un gemellaggio nato con artisti del cinema del Medioriente per offrire un nuovo punto di vista al nostro pubblico conterraneo. Il regista Mourad Ben Cheikh si è laureato al DAMS di Bologna e si dice «figlio illegittimo della commedia all’italiana». Quest’anno i due laboratori sono pensati per collaborare insieme ad un progetto: realizzare in cinque giorni un cortometraggio che verrà proiettato domenica.

La prima domanda del direttore è dunque sull’andamento del lavoro e Ben Cheikh, al suo secondo ritorno al castello, racconta che da regista sta imparando molto: «È interessante lavorare al workshop perché paradossalmente facciamo una corsa. È una maratona contro il tempo ad una velocità che solitamente non è da maratona. Ai ragazzi devi dare una preparazione completa di teoria e pratica, seguirli nelle riprese e montaggio e riuscire a scrivere e realizzare un progetto. È stato esaltante, sia per me che per i partecipanti. Abbiamo avuto un gruppo vario con età dai dodici ai sessantotto anni. Ti chiedi come rapportarti con ciascuno, grandi e piccoli. Io sono un regista, quando lavoro cerco di essere chiaro e fare richieste semplici. Mi sono accorto che parlando a tutti allo stesso modo non ci sono stati fraintendimenti. C’è stato grande ascolto».

Traina saluta Aymen, è stato proprio lui a proporre ad Andrea la sezione ‘Un ponte sul Mediterraneo’. «Per me è fondamentale che al Donnafugata Film Festival ci sia un clima di famiglia senza red carpet», ci ricorda il direttore «In questo contesto, avere due persone che sono squisite oltre che talentuose è una fortuna».

Riguardo al workshop di recitazione, Mabrouk è felice di aver collaborato con Mourad e aver conosciuto tanta diversità. «È uno scambio, un incontro fra due generazioni diverse. Vorrei fare i complimenti ai ragazzi che sono stati veramente in, dall’inizio alla fine. Molto bravi. Non è facile in quattro-cinque giorni girare un cortometraggio a questo ritmo» dice.

Poi viene introdotta Fatma Sfar, protagonista del film proiettato successivamente Una sconosciuta a Tunisi. Lei parla moltissime lingue ma non l’italiano. Con il direttore artistico si sono accordati sull’inglese e lui dovrà mostrare le sue competenze nello speaking e nel translate. Per me è vantaggioso: quando traduce posso ricorreggere gli appunti presi. Essendo la sezione una rubrica del Festival è svincolata dalla correlazione ai segni. Eppure, nell’intreccio del Castello scopriamo durante il talk che Fatma e Aymen sono proprio cancerini.

Il film, regia di Mehdi Barsaoui, racconta la storia di Aya (Fatma Sfar), una giovane lavoratrice di una città del sud della Tunisia che vive una vita ordinaria e a servizio della famiglia. Un giorno l’autobus che la porta al lavoro fa un gravissimo incidente. Tutti i passeggeri meno Aya perdono la vita. Non essendoci testimoni, la ragazza vede nella tragedia un’opportunità di fuga. Sulla falsariga di Mattia Pascal, Aya arriva a Tunisi sotto falso nome e ricomincia una nuova vita. Ma la vita nella nuova città si rivela più dura del previsto e la ragazza si trova a fare i conti con un clima di corruzione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Quando Fatma parla del suo ruolo, racconta di una donna che come tante ha sogni e ambizioni ma li reprime a causa di una società patriarcale. È una donna che si ritrova a fare cose di dubbia morale per inseguire la libertà, che si ritrova spaccata in tre identità. «Spero vi piaccia o, in caso contrario, che vi faccia pensare. Aya cerca la propria realizzazione in un mondo in cui le donne subiscono limitazioni e vengono tenute, per motivi diversi, legate. È un tentativo di rinascita in un’altra versione di sé stessa». «Quanto questa storia è contemporanea?» chiede Traina. «È una storia senza tempo. Può accadere in qualunque tempo e luogo, non solo in Tunisia, ovunque una donna non abbia libertà. Credo che ci sia ancora una mentalità molto radicata nel mondo e spero che tutto questo cambi» risponde l’attrice. E poi ancora: «C’è qualcosa in comune fra te e il personaggio di Aya?» le chiede il direttore, e lei: «In realtà, ci somigliamo in molte cose. La più importante è la determinazione con cui insegue i suoi sogni, rimanendo tenace di fronte all’obiettivo. Aya prende con fermezza le sue decisioni anche se gli altri pensano siano stupide o la giudicano».

Andrea fa una breve riflessione ricordando la determinazione di Sylvester Stallone in Rocky, film proiettato ieri notte. «L’attore rifiutò milioni di dollari dalla produzione che voleva il suo soggetto ma non lui come protagonista, nonostante la condizione di povertà in cui versava. Era il suo film, il suo personaggio». Fatma precisa: «A differenza di Aya, io non riesco a prescindere dalle conseguenze. I sogni devono essere raggiunti senza nuocere agli altri».

Si passa alla realizzazione del film e il direttore chiede all’attrice come si è preparata al ruolo.

«Ci sono stati tantissimi steps», racconta «all’inizio ho studiato da sola nella mia stanza, poi ho lavorato spalla a spalla con il regista. Infine sono stata affiancata ad un coach per imparare il complicato dialetto che si parla a Tunisi, dove è girato interamente il film. È stato speciale lavorare con tutto il cast. Il provino non è avvenuto in forma tradizionale. Il regista ha preferito indicare una situazione da improvvisare. In totale, le riprese sono durate due mesi».

A questo punto Ben Cheikh ricorda che anche il regista del film, Mehdi, ha studiato al DAMS di Bologna e la madre è di Comiso. Fanno parte di quella piccola comunità che in Tunisia fa cinema ed è profondamente legata e influenzata dalla cultura e dal cinema italiano.

Poi Traina sposta l’attenzione sulla condizione delle donne, in particolare delle attrici, in Tunisia.

Fatma spiega: «Non è la situazione migliore ma nemmeno la peggiore del mondo. Penso che la Tunisia sia molto avanti per quanto riguarda la questione femminile, ma c’è sempre un sottostrato patriarcale. Credo valga anche nel resto del mondo, abbiamo tanto da fare. Per quanto mi riguarda, io faccio il mio lavoro e me ne assumo le conseguenze, ma in Tunisia a volte le attrici rinunciano ai ruoli per paura di essere criticate e stigmatizzate. Stanno molto attente ad accettare certi film. È un grande limite, i giornali sanno essere feroci. C’è chi non lo sopporta e rinuncia al ruolo. Penso che le attrici tunisine abbiano grande coraggio. All’estero hai la possibilità di interpretare ruoli anche audaci. In Tunisia, ciò non è sempre possibile».

Doveroso per Traina chiederle dunque come è stato accolto il film. Fatma stupisce il pubblico: qualche giornale non ha mancato di criticarla duramente ma il film ha riscosso successo. In generale, le persone hanno riempito le sale, l’hanno apprezzata e la première è andata molto bene.

«Cosa ti hanno criticato?» «Che dicessi troppe parolacce». Ma nella vita capita, spiega lei, ci sono situazioni in cui è normale dirne, e rappresentano la realtà. Inoltre, Fatma ha un background televisivo ed il pubblico non si aspettava di vederla in certi contesti… romantici. Sarebbe stato irrealistico poi, nelle scene forti, litigare con parole educate. Questa autrice ne sa qualcosa.

Per questo, Sfar rinnova la sua speranza che il pubblico non giudichi Aya troppo negativamente perché: «è un personaggio complesso. Non è un’eroina, fa cose moralmente discutibili. Io stessa ho commesso l’errore iniziale di giudicarla. Non capivo perché si comportasse così. Poi ho capito che le sue azioni sgradevoli, spiacevoli, hanno dietro una motivazione, una ragione profonda. È umana, non è perfetta. Ha contraddizioni come tutti noi. Inoltre, viene da un contesto e da un ambiente difficile e, a differenza mia, non ha una famiglia solida alle spalle. Fa delle scelte ed intraprende un percorso verso la libertà. Forse, al suo posto mi sarei comportata allo stesso modo, non lo so… ma quando sono entrata nella sua logica, l’ho compresa. Provo empatia». «Spesso Mabrouk al cinema fa il cattivo, cosa che nella vita non è» commenta Traina. «Il cinema è una prova di vita e noi abbiamo la possibilità di fare esperienza tramite il vissuto di altri. Ci offre complessità di esperienze, spunti e soluzioni per risolvere problemi» interviene Ben Cheikh. Ne nasce una piccola riflessione fra i due.

«Spesso però c’è un gap comportamentale profondo fra ciò che le persone vedono e come si comportano. Assistono ad un film, magari si commuovono pure. Poi fuori dalla sala si dimostrano persone violente con il prossimo» nota il direttore, e Ben Cheikh: «ci sono quelli che piangono per l’animale maltrattato e non per la persona sfruttata economicamente dal sistema, per chi è vittima di abuso psicologico o per i gruppi che subiscono violenza sistemica. Io rimango profondamente allibito dalla risposta media di fronte a quello che sta succedendo a Gaza. Gli esseri umani non sono numeri, ma persone. L’empatia ed il sentimento umano vengono invece cancellati e dissolti da un sistema di informazione che riduce la morte a statistica».

A queste parole, la vostra qui presente autrice non riesce a contenersi e fa partire un fragoroso applauso a cui la sala partecipa. Siamo fatti, cronaca, pagine di un giornale nel marasma di carta stampata. Interviene Traina ricordando, a proposito di statistica: «un passaggio di Schindler’s List. Ricorderete tutti la bambina col cappottino rosso che spicca nel film in bianco e nero. Potrebbe sembrare un elemento di stile. In realtà è una tecnica narrativa fortemente efficace, perché il racconto della bambina, nella prima parte del film, termina con lei che si nasconde sotto al letto. Per un po’, non ne sapremo più nulla finché, nella seconda parte, da un mucchio di cadaveri non vedremo apparire il cappottino rosso. Ecco che dalla massa distinguiamo l’individuo».

Ed una cosa che a Fatma è particolarmente piaciuta del film? «Tutto», sorride lei «Il film è girato interamente a Tunisi e per la prima volta ho visto il deserto e alcuni posti in cui non ero mai stata. A volte mi chiedo se l’ho vissuto davvero. Le persone, la crew e il regista sono stati meravigliosi. C’è una scena in particolare nel film che mi fa sempre piangere, tutte le volte che la guardo, talmente è toccante».

Con gli occhi lucidi, la bellissima attrice ringrazia il pubblico per l’ascolto e ci augura buona visione. Sul film dirò solamente che è meraviglioso. Sarà per le tematiche a me care, sarà per la bellezza delle inquadrature, mi sono commossa. Non mi dilungo oltre, mi auguro che l’intervista sia bastata ad invogliare chi non lo ha visto a recuperare. E per quanto riguarda l’inglese del direttore: ha la mia sufficienza.

Il già citato fitto programma mi porta a compiere una scelta difficile. Stanotte, in seconda serata, per la prima volta, devo tradire Giuseppe e la mia amata Arena delle Bifore. Spero non ci resti troppo male. Inizialmente, l’idea era quella di votarmi a Mastroianni nel felliniano , ma ammetto essere stata colta da un moto di claustrofobia una volta entrata nella Sala Bianca.

Scherzi a parte, la verità è che la curiosità di vedere One Hour Photo di Mark Romanek nel Cortile Grande ha avuto la meglio, tanto che sono corsa al Bollo e ho trascinato nell’arena un gruppo di amici. È la seconda volta che vedo Robin Williams fare un personaggio dalle note disturbanti. La prima, che non si scorda mai, è stata Insomnia di Christopher Nolan, con un indiscutibile Al Pacino, in programma sabato sera nell’Arena del Fossato e che questa autrice consiglia fortemente. Sottolineo, fortemente. Per quanto riguarda One Hour Photo, più che un film è un’esperienza immersiva. Chi ama la fotografia non può esimersi dal vederlo. Scritto divinamente, il film è un esempio di come un buon utilizzo del colore e del sonoro raccontino più delle parole. La pulizia delle inquadrature, i contrasti fra bianco, giallo, rosso e blu, la musica dissonante fanno sprofondare lo spettatore in una spirale di timori e presagi ricordando ancora una volta che la vista è il più traditore dei sensi, capace di illudere e distruggere.

A proposito della vista, vi sottopongo, se questa autrice ha ancora un po’ della vostra attenzione, un esperimento. Ripensando ai contenuti derivati dall’incontro con Sfar, Ben Cheikh e Mabrouk, chiedetevi: quanto la vista inganna? Se invece di guardare i film, li ascoltassimo solamente, cosa ci accadrebbe? Sotto il segno del Cancro, i colori al chiaro di Luna sono falsati, nella visione che la società ha di una donna, nell’idea che un uomo abbia della famiglia perfetta.

E con la Luna nel mezzo del cielo, vi saluto.

À bientôt.

Rachel Massari