Cari gentili lettori,
il nostro viaggio è giunto al termine. La nave è arrivata al porto e per questa autrice è il momento di prendere congedo. Ma in questa notte in cui le stelle illuminano il cielo di San Lorenzo, c’è ancora un ultimo capitolo da scrivere. Inoltre, due giorni fa vi ho chiesto di votare il più bel film cancerino del Donnafugata Film Festival 2026 e la sala che rende unica la visione. Ho raccolto i vostri voti, commenti e pareri ed è arrivato il momento di eleggere i vincitori. Chissà che il mio voto non ribalti o confermi il risultato…?
Dunque, ripercorriamo brevemente il nostro viaggio.
Sotto il segno del Cancro, abbiamo incontrato numerosi ospiti ed altrettante opere che hanno fatto la storia del cinema. La notte conclusiva del Festival non poteva essere da meno ed il direttore artistico Andrea Traina ha ben pensato di mettere il pubblico del castello a dura prova proiettando sei film notoriamente acclamati dalla critica: Explorers, Blade Runner ed il capolavoro dei fratelli Coen nonché vincitore di due premi Oscar Fargo alle 21:00 e Ladri di biciclette, Intrigo Internazionale e Misery non deve morire, con una premio Oscar Kathy Bates, alle 23:00. Poveri i miei spettatori.
In ogni caso, inizio raccontandovi come da tradizione il Donnafugatalks.
Stasera il castello è pieno. Fuori dalle sale c’è una lunghissima fila per entrare e non mi stupirebbe se qualcuno prendesse posto nella sala da pranzo del barone Arezzo De Spuches. L’ultimo ospite a prendere posto nell’informale salottino del Cortile Grande (già allestito per il concerto degli attesissimi Chroma Ensemble) è Fausto Russo Alesi, indimenticabile Giovanni Falcone nel film Il Traditore, regia di Marco Bellocchio, e che abbiamo visto protagonista martedì ne La bolla delle acque matte, di Anna Di Francisca.
E se siete curiosi di scoprire qualcosa in più sul mondo della recitazione, allora non perdetevi l’intervista che segue, perché ci riporta ancora una volta a quella che per questa autrice è una verità assoluta: il teatro è punto di partenza necessario.
Palermitano di nascita, milanese d’adozione, Fausto Russo Alesi ha un curriculum di tutto rispetto: un diploma alla Civica Scuola Paolo Grassi, un incontro ravvicinato con il regista lituano Eimuntas Nekrosius, dieci anni di intenso lavoro con Luca Ronconi al Piccolo di Milano ed una tournée all’estero con I demòni di Dostoevskij per la regia di Peter Stein. Come se non bastasse, i suoi primi progetti registici lo vedono solista in scena con corpose drammaturgie recitate in forma monologante. Insomma, un ottimo candidato a far breccia nel cuore di questa autrice.
Tre volte vincitore del prestigioso premio Ubu, tra i suoi spettacoli assolo il direttore Traina ricorda Natale in casa Cupiello, testo sacro di Eduardo De Filippo, in cui l’attore condensa ben dodici personaggi. A tal proposito, Russo Alesi racconta che: «è un tipo di spettacolo che mi permette un rapporto diretto col pubblico ed un viaggio viscerale dentro al testo. Ho sempre desiderato incontrare la drammaturgia di Eduardo e il suo testo più popolare, Natale in casa Cupiello, è entrato nelle case degli italiani. Tutti ne conoscono le battute. Ho pensato potesse essere interessante farne un monologo perché nella storia tutti parlano e nessuno ascolta. D’altra parte, i testi sono a disposizione del pubblico che li può riscoprire ogni qual volta qualcuno li indaga».
Viene naturale al direttore Traina fare un pensiero sull’Odissea di Nolan, che ha creato molto dibattito e che questa autrice non ha particolarmente apprezzato. Devo comunque concordare sulle parole dell’attore. Se qualcuno s’interessa ai grandi classici è perché risuonano nel presente. Ciò dà al pubblico la possibilità di ridialogare con l’opera. Certo, se Nolan non ne avesse fatto un film di supereroi… ma non è questo il luogo.
Tornando a noi, l’attenzione si sposta sul sodalizio con il regista Marco Bellocchio che ha reso l’ospite sempre più presente nella sua filmografia.
«Il nostro incontro è avvenuto probabilmente in seguito al film In memoria di me di Saverio Costanzo» dice l’attore «da lì, Bellocchio mi chiamò per partecipare al laboratorio di regia e recitazione Farecinema – incontro con gli autori, da lui diretto durante l’estate in occasione del Bobbio Film Festival che organizza ogni anno nella sua città natale. Il laboratorio è finalizzato alla realizzazione di un corto e lui vi si esprime in piena libertà. Dopo il corto Media Matematica ed una partecipazione nel film Sorelle mai, mi chiamò per Vincere. Ha una capacità di scrivere personaggi straordinari dentro storie straordinarie. Parallelamente, abbiamo continuato a lavorare a Bobbio. È proprio da lì che arrivo».
Scopriamo dalle sue parole che al Festival di Bobbio partecipa attivamente tutta la cittadina e questa autrice pensa subito a fare le valigie. «Tutti si muovono dietro al progetto» dice «e tutti si sentono i costruttori dell’opera che viene poi realizzata. I ragazzi selezionati hanno la possibilità di conoscere il cinema attraverso l’artigianato del fare. È un momento di libertà creativa, lontano dalle ansie produttive che si hanno sul set. In questo modo, si sperimenta e si indagano strade nuove anche dietro le suggestioni degli allievi, dalla sceneggiatura alla realizzazione».
«Ho letto che quando ti raffronti con personaggi realmente esistiti come Falcone o Cossiga ti piace indagarne ombre e incrinature» dice il direttore, e lui: «Quando si decide di tornare su una storia o un personaggio realmente esistiti, bisogna regalare qualcosa di nuovo. Noi attori ci facciamo veicolo. I personaggi realmente esistiti, soprattutto quelli con un ruolo istituzionale, sono esseri umani che hanno un bagaglio piuttosto ampio e complesso e di loro c’è una narrazione già conosciuta. Ma è il dietro le quinte dei personaggi, le loro ferite, le loro crepe, a farceli percepire come umani ed è lì che possiamo riconoscerci tutti. Penso che ciò che accade quando chiudiamo la porta di casa sia molto interessante da raccontare. Lo spettatore vuole vedere il conflitto perché è lì che può riconoscersi».
«Cosa intendi quando dici che “di Cossiga hai voluto fare la metafora della psicosi di un paese”?» chiede il direttore.
«In Esterno notte il perimetro è molto chiaro. Nei 55 giorni del rapimento Moro, il paese segue con attenzione la vicenda schierandosi. Anche Francesco Cossiga è un uomo diviso: da una parte c’è la questione privata, essendo Aldo Moro suo maestro, e dall’altra c’è la questione di stato. Questo dolore genera una bipolarità che credo rappresenti politicamente il nostro paese e il nostro mondo» dice Russo Alesi.
A proposito di Portobello, Traina commenta riferendosi al caso Enzo Tortora, come: «Uno specchio di storia italiana che contiene i germi di qualcosa di pericoloso e perturbante. Tortora si ritrovò coinvolto con accuse gravissime in un caso con cui non aveva nulla a che fare. Nonostante l’esame delle carte, il pm era realmente convinto della sua colpevolezza» e chiede, riferendosi al personaggio del pubblico ministero Diego Marmo, interpretato dall’ospite, «Come ti sei approcciato ad un villain puro che in tribunale parlava con la bava alla bocca?»
«Ho studiato tutti i documenti e i video trovati su Radio Radicale» risponde Russo Alesi «Rimasi molto colpito dal fatto che gli ci vollero tanti anni per ammettere di aver commesso un errore. Credo che non si possa non riconoscere un innocente quando ti parla davanti. In tanti gli voltarono le spalle». E Traina: «È come se si fosse creato un cortocircuito stranissimo. Ricordo che mio padre spinse mia nonna, che non si presentava al seggio da anni, a votare contro Tortora. Era diventato un nemico anche per la gente comune che non aveva alcun interesse personale. Quella accusa fu terreno fertile per far germogliare un odio contro le celebrità della televisione». «Fu come un’ipnosi collettiva» continua l’attore «Non riesco a comprendere come non si sia fatto un passo indietro. Morello ha fatto un atto di coraggio, rimettendo tutto in discussione. L’altra faccia della medaglia è l’invidia del successo che genera antipatia. L’uomo è un essere complicato. Sui social basta poco per distruggere il prossimo».
«Qual è stata la motivazione del personaggio per quell’errore tanto clamoroso?» chiede il direttore.
E Fausto Russo Alesi ci rivela di essersi sentito «l’attaccante che deve fare goal», domandandosi cosa rendesse il personaggio tanto ostinato e convincente in tribunale «La vanità è una dinamica umana frequente. È uno che per vincere si era messo in testa di dover convincere tutti. Quando ho visto la serie, nella scena dell’agendina col numero di telefono e la scritta “Tortona”, mio figlio di undici anni disse “Perché non hanno chiamato quel numero?”». «Fu il tassello più assurdo e tutti i magistrati coinvolti non hanno mai chiesto scusa» commenta Andrea.
Poi l’attore ci parla de La bolla delle acque matte che abbiamo visto martedì con la regista Anna Di Francisca dicendo: «L’ho amato moltissimo, dalla sceneggiatura al lavoro col team. Castelluccio di Norcia è un luogo potentissimo e andando lì mi sono reso conto della cifra della sceneggiatura e del rapporto fra realtà e favola. Il mio sindaco è l’unico personaggio del film che riesce ad abitare i due mondi. Sente tutta la bellezza e la violenza della natura e ne percepisce la magia. È un uomo concreto che si sbraccia per ricostruire un tessuto sociale e fare in modo che le persone rimaste non vadano via. È stato via per molti anni ma, sentendosi irrisolto, torna a casa e la sua risoluzione è proprio quel sogno di ricostruzione. Un paese non può esistere senza la collaborazione di tutti. Castelluccio è un luogo metaforico, complesso e conflittuale che rappresenta le macerie interiori e la rinascita umana».
Arriva la domanda che questa autrice aspettava. Chiede Andrea: «abbiamo parlato di teatro e cinema. Se dovessi identificare l’elemento principale che distingue il tuo rapporto fra le due recitazioni, quale sarebbe?», e lui: «Nel lavoro, non cambia nulla. Come in teatro, anche al cinema cerco di farmi veicolo per raccontare i personaggi e le tematiche. Certo, il teatro lo si fa insieme avendo il pubblico nello stesso luogo ed è una prerogativa meravigliosa ed insostituibile. Ogni sera cambia qualcosa, l’aspettativa e l’accadimento sono diversi. Se c’è accadimento, c’è teatro. Al contrario, nulla si smuove in chi guarda. Inoltre, a teatro il viaggio inizia e finisce. A proposito di Natale in casa Cupiello, all’inizio mi sentivo di avere davanti un vasto mare da attraversare da solo per arrivare alla fine. È come uno sport estremo senza vie di scampo. Al cinema è diverso, realizzi due, tre scene al giorno, ripetendole anche più volte, e hai finito. È molto impegnativo e forse c’è un rapporto più intimo con sé stessi. Lasci che lo sguardo della camera e del regista entri dentro di te».
Infine riguardo al corto Se posso permettermi che vedremo a breve, risultato di un lavoro con i ragazzi del laboratorio a Bobbio, ci racconta che: «Nei lavori di Bellocchio c’è sempre una componente biografica, come il luogo in cui è girato. Il primo capitolo è un progetto che si è sviluppato come corto nella sua scuola. Poi all’ultimo ciak disse che la storia aveva un respiro più lungo e ci saremmo tornati. Tre anni dopo lo abbiamo ripreso. La bellezza del laboratorio è che Bellocchio si ritaglia del tempo per parteciparvi al meglio. In questi sette giorni, lui è esattamente come è sul set. È una scuola incredibile. Quando finimmo il secondo capitolo, già più articolato, e lo presentammo a Venezia, disse “bisognerà fare il terzo”. Mi auguro arriverà, è un materiale per me molto bello».
Con l’augurio di rivederlo nel capitolo terzo, salutiamo l’attore Fausto Russo Alesi. Prima di addentrarci nell’attesissimo concerto dei Chroma Ensemble, diamo uno sguardo al cortometraggio prodotto dall’unione dei workshop tenuti da Aymen Mabrouk e Mourad Ben Cheikh dopo ore ed ore di lavoro sotto il sole cocente del castello. Se doveste recuperarlo da qualche parte in rete, potreste notare questa autrice in verde. Un plauso ai ragazzi, il cortometraggio è un piccolo esperimento riuscito che dimostra quanto lavorare in sinergia sia fondamentale. Salutiamo per l’ultima volta anche Luca Biagini che ha diretto il laboratorio di doppiaggio. Sul palco, tre giovani doppiatrici danno una dimostrazione del duro lavoro che lo spettatore non vede. Nel frattempo, una fila interminabile di persone attende all’ingresso di poter entrare, complice il fatto che è venuto a salutare il Festival anche il sindaco di Ragusa Peppe Cassì per i suoi doverosi saluti istituzionali. Il pensiero va irrimediabilmente alla drammatica situazione del cinema Madison, ora chiuso. Niente paura perché, come ricorda il direttore artistico Andrea Traina, il Donnafugata Film Festival è intervenuto direttamente sul panorama culturale, rimanendo l’unico multisala di Ragusa.
Arrivano i Chroma, un ensemble di undici elementi composto da Josè Massaro e Salvatore Lorefice ai violini, Michela Bonavita alla viola, Emanuela Zanghi al violoncello, Giuseppe Blanco al contrabbasso, Marco Cascone al pianoforte e curatore degli arrangiamenti, Giorgio Lo Cirio al flauto, Salvatore Incatasciato al corno, Vincenzo Monaca alla tromba, Claudia Marina al clarinetto e Gianluca Abbate alla fisarmonica.
Le luci si spengono, i musicisti si posizionano e alle loro spalle il grande schermo si illumina. Inizia così la magia e, mentre ascoltiamo le più famose colonne sonore, vediamo proiettate le scene dei film con musica live. Entriamo nel Favoloso mondo di Amélie, nuotiamo verso il mare dei Pirati dei Caraibi, esultiamo nella vittoria con Rocky. In particolare, questa autrice accoglie sempre con molto entusiasmo i riferimenti a Star Wars e non poteva esimersi dal canticchiare la marcia imperiale.
Infine, un originale arrangiamento de Nel blu dipinto di blu accompagna la chiusura del Festival riportandoci là dove tutto è iniziato: nelle stelle.
È stato un breve ma intenso viaggio. E come ho già detto, a renderlo speciale sono state in primis le persone. Doveroso per questa autrice ringraziare un’ultima volta: il prezioso staff con Salvatore Alfieri, Marika Noto, Michela Fraschilla, Carla Minardi e Gabriele Vittoria; il fotografo Marcello Bocchieri, che ha catturato i volti del Festival nelle sue foto, ed il fratello Francesco che ha ripreso l’essenza del Donnafugata Film Festival per poi, ogni notte, ritoccare, tagliare, cucire, montare i video-racconto; la mia compagna di viaggio, collega e amica dal meraviglioso sorriso Alessandra Occhipinti, social media manager, con cui abbiamo assaltato i passanti al castello; Giuseppe Anfuso, Morena Licitra e Vincent Migliorisi all’accoglienza; il trio dei curatori di sala con la fantastica Carla Cintolo, il dolcissimo e timidissimo Giuseppe Velasco ed il bersaglio preferito delle battute del Festival Salvo Paternò; il collaboratore artistico Giorgio Lo Cirio che ha lottato contro ogni problema tecnico e Giuseppe Corallo ai servizi tecnici e alle proiezioni; Angela Rizzo, polso freddo, punto di riferimento del team e direttrice organizzativa; Roy Menarini, guest director che, anche se a distanza, ha raccontato al pubblico preziosi aneddoti sui film.
Dulcis in fundo, mi tocca ringraziare quel matto, strambo, logorroico del direttore artistico Andrea Traina per avermi permesso di far parte di questa esperienza meravigliosa e avermi dato un ruolo pieno di responsabilità (mortacci sua). Andrea mi insegna ogni giorno cosa vuol dire avere il sacro fuoco dell’arte: rimboccarsi le maniche per realizzare un bene superiore, nonostante le ristrettezze, gli impedimenti, gli ostacoli e la decadenza sociale. È riuscito a realizzare una rassegna di cinema magica e di spessore, dimostrando al panorama cittadino che noi ragusani vogliamo cultura.
Infine, la mia gratitudine va a voi e all’affetto con cui avete riempito le sale. Vi ho spiati, osservati, conosciuti e raccontati e posso dire con certezza che il traguardo di questa stagione è stata la partecipazione di un pubblico principalmente giovane. Ho rivisto amici e compagni di liceo che non vedevo da tempo ed i ragazzi sono tornati al Festival quasi ogni giorno. È stata indubbiamente l’edizione dei giovani.
È il momento per questa autrice di salutarci. E il film diamante del Donnafugata Film Festival? Devo confessarvi, miei adorati, che indagando assiduamente in giro per il castello le risposte sono state tutte diverse. Pertanto, ogni film proiettato ha avuto pari merito e si è classificato come vincitore, segno che è impossibile eleggere un diamante (per questa edizione) poiché Donnafugata rende ogni proiezione unica. Ma una sala vincitrice effettivamente c’è stata: caro Salvo Paternò, sono felice di annunciarti che non sei il vincitore della corona! La Sala più bella del castello è stata universalmente riconosciuta come l’Arena delle Bifore, sempre piena e magistralmente gestita da Giuseppe. Non è un caso che sia la mia preferita.
È stato un lungo viaggio, ma qualcuno doveva pur raccontarlo. Scendo sulla terraferma e mentre torno a casa un gruppo di ragazzi adolescenti cita la filmografia di Kubrick ed il film più bello.
Con gioia (e qualche lacrimuccia), vi saluto, vi auguro una buonanotte delle stelle cadenti e mi auguro di rivedervi il prossimo anno. Non a caso, sarà l’anno del leone (ci siamo io e te, Stanley!).